Nec senescat tempore

Nec senescat tempore

Inde etiam Moysi famulo tuo mandatum dedisti, ut Aaron fratrem suum prius aqua lotumper infusionem hujus unguenticonstitueret Sacerdotem. 

Præf. ad cons. Chrisma 

Nel Giovedì Santo la Chiesa onora con la massima solennità alcuni dei più importanti Misteri della nostra Religione. Anticamente, questo giorno benedetto iniziava con la riconciliazione dei pubblici peccatori che avevano espiato le loro colpe durante la Quaresima. Vivo ego, dicit Dominus: nolo mortem peccatoris, sed ut magis convertatur, et vivat. «Com’è vero che io vivo, dice il Signore: non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva».

Ma affinché il peccatore non muoia, affinché si converta e viva, è necessario che il Sacrificio della Nuova ed Eterna Alleanza, la Santa Messa, sia perpetuato in modo incruento; e perché questo Sacrificio perenne possa essere celebrato, è necessario il Sacerdozio, e quindi l’Episcopato che lo trasmette nella linea della Successione Apostolica; e con esso gli Oli e il Crisma per l’unzione dei Sacerdoti e dei Re, dei Profeti e dei Martiri. In breve, è necessario che il Messia – il Χριστός, l’Unto del Signore – gloriosamente risorto e asceso al Cielo dopo aver sofferto ed essere morto sulla Croce, perpetui la Sua presenza nella Santa Chiesa, Suo Corpo Mistico, fino al giorno del Suo ritorno alla fine dei tempi.

In questo giorno benedetto ricordiamo l’Ultima Cena, l’istituzione del Sacerdozio, della Messa e del Santissimo Sacramento. La liturgia vespertina ci riporta al Cenacolo, dove gli Apostoli ricevono dal Signore il Suo testamento spirituale, prima della Sua agonia nel Getsemani e della Sua cattura da parte del Sinedrio. E mentre i giorni che precedono e seguono il Giovedì Santo ci offrono i Vangeli della Passione e i segni esteriori del lutto, oggi la Chiesa si veste di bianco, intona il Gloria e si concentra sulla contemplazione di queste ultime ore che il Redentore trascorre con i Suoi discepoli.

Mai come in questa fase cruciale della storia della Chiesa e dell’umanità siamo stati in grado di percepire e condividere l’apprensione degli Apostoli, il loro smarrimento nel vedere i propri piedi lavati dal Maestro, la consapevolezza di un destino imminente, il sonno che li sopraffà durante l’Agonia nell’Orto degli Ulivi, la paura che li porterà alla fuga, il triplice rinnegamento di Pietro nel Pretorio, la disperazione che condurrà Giuda a togliersi la vita e la presenza silenziosa di Giovanni e delle Pie Donne nella salita al Calvario e ai piedi della Croce.

Nell’arco di poche ore, il banchetto rituale della Pasqua ebraica, nel quale fu anticipata l’unica Messa celebrata prima del Sacrificio del Golgota, lascia il posto all’apparente trionfo dei carnefici, alla cattura del Signore, a un processo condotto con frode e falsi testimoni, alla Sua condanna a morte sull’infame patibolo riservato agli schiavi, agli oltraggi della folla istigata dagli scribi e dai sacerdoti. Tutto questo lo ritroviamo nei segni umili della Liturgia che si conclude tristemente, nel rito della spoliazione degli altari accompagnato dal canto del Salmo 21, nella sostituzione del suono delle campane con l’austero rumore della crotalo.

Potremmo dire che la vita terrena del Salvatore – e, per estensione, l’intera storia della Salvezza – è racchiusa in questo giorno, nel quale il Signore permette ai Dodici, e a noi con loro, di godere di un breve lampo di solenne consolazione e speranza prima delle terribili ore del Venerdì Santo.

Nel giorno in cui i Leviti rinnovano le loro promesse sacerdotali e il loro vincolo di unità con il Vescovo, dobbiamo chiederci quale sia il modello al quale vogliamo conformare il nostro Sacerdozio. Vi sono infatti molti modi di comprendere e vivere il ministero sacerdotale, ma uno solo è conforme alla volontà di Nostro Signore Gesù Cristo. «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16), disse il divino Maestro. E se Egli ha scelto noi, se ha scelto voi, è affinché siate come Egli vuole e affinché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga (Gv 15,16).

Affinché andiate, non affinché rimaniate fermi. Affinché cresciate nella santità e non vi crogioliate nella vostra mediocrità o, peggio ancora, sprofondiate nel peccato. Affinché portiate frutto. Non siete sindacalisti, né propagandisti, né funzionari di un’organizzazione umanitaria, né membri di un circolo filantropico. Non siete chiamati a rassicurare le anime né ad assecondarle, ma a risvegliarle dal loro torpore, ad ammonirle, a spronarle, in tempo opportuno e inopportuno – opportune, importune. Non siete più del mondo, ma nel mondo: l’abito nero che indossate è segno di separazione e rinuncia; esempio per i buoni e monito per i peccatori.

Non siete presidenti di un’assemblea, ma ministri di Cristo, dispensatori dei Misteri di Dio (1 Cor 4,1). Non siete attori su un palcoscenico né conferenzieri su una tribuna: siete sacerdoti, nei cui gesti e dalle cui parole coloro che vi ascoltano devono vedere e udire Nostro Signore, il Sommo Sacerdote, che apre le braccia sulla Croce per offrirsi al Padre. La Chiesa, il Sacerdozio, la Messa, i Sacramenti, la Liturgia e il Vangelo non sono una vostra proprietà, né un progetto che Dio vi lascia liberi di manipolare, deformare o “reinterpretare” a vostro piacimento.

Onorate dunque la Sacra Tradizione, non come fredde ceneri di un passato ormai sepolto, ma come una fiamma viva che deve incendiare ogni cosa con la Carità soprannaturale, a partire da voi stessi. Perché se non sarete il sale della terra e il lievito della pasta, finirete per essere gettati a terra e calpestati (Mt 5,13) proprio da coloro ai quali credete di piacere.

Fate del Santo Sacrificio della Messa la ragione principale della vostra vita e delle vostre giornate, perché da esso dipende la salvezza della Chiesa, del mondo e perfino la vostra stessa salvezza. Completate nella vostra carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, come dice l’Apostolo (Col 1,24), per il bene del Suo Corpo che è la Chiesa. Resistite fortes in fide (1 Pt 5,9), secondo l’ammonimento di san Pietro. Vigilate affinché il vostro cuore non si lasci sedurre e non vi allontaniate servendo dèi stranieri o prostrandovi davanti a essi (Dt 11,16).

Attenetevi al consiglio del Commonitorium di san Vincenzo di Lerino: In ipsa item Catholica Ecclesia magnopere curandum est ut id teneamus quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est. «Nella stessa Chiesa cattolica bisogna aver grande cura di mantenere ciò che è stato creduto ovunque, sempre e da tutti». Questa è la regola più certa della Fede, di fronte a una Gerarchia apostata che eclissa la vera Chiesa di Cristo e di fronte a un usurpatore del Supremo Pontificato.

Imparate a obbedire a Dio prima che agli uomini, ricordando che il destino del sacerdote o del vescovo è inseparabilmente legato a quello del suo Signore:

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, perché io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordate la parola che vi ho detto: il servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno tutto questo contro di voi a causa del mio nome, perché non conoscono Colui che mi ha mandato» (Gv 15,18-21).

La Chiesa si prepara ad affrontare la passio Ecclesiæ, lei che è il Corpo Mistico di Cristo e che, come il suo Capo, deve affrontare non soltanto i tormenti nei singoli membri dei Martiri, come è accaduto nel corso della storia, ma anche nell’intero corpo, condotto davanti a un nuovo Sinedrio che odia la Chiesa come odia Cristo.

E in queste ore benedette, anche a noi è data l’opportunità di celebrare il Sacerdozio di cui siamo investiti: alcuni nella pienezza dell’Episcopato, altri nella partecipazione ai diversi gradi degli Ordini Sacri che avete ricevuto. Raccolti attorno al Calvario dell’altare, ripetiamo le parole e i gesti che il Signore insegnò agli Apostoli, fedeli al mandato ricevuto: Hæc quotiescumque feceritis, in mei memoriam facietis (1 Cor 11,25).

Ciascuno di noi può dire con sant’Agostino: Admiramini, gaudete, Christus facti sumus (Tract. XXI). «Meravigliatevi e gioite: siamo diventati Cristo». I fedeli mediante il Battesimo; voi ministri sacri nel sacerdozio ministeriale ordinato; noi vescovi nella pienezza del Sacerdozio e nella Successione Apostolica. Ripetiamo ciò che ci è stato insegnato e comandato di fare. Trasmettiamo integro – con l’aiuto di Dio e l’assistenza dello Spirito Santo – ciò che abbiamo ricevuto: Tradidi quod et accepi (1 Cor 15,3).

Perché non abbiamo nulla di nostro da trasmettere, ma tutto ciò che Cristo ci ha dato: Dominus pars hereditatis meæ et calicis mei: tu es qui restitues hereditatem meam mihi (Sal 15,5): «Il Signore è la parte della mia eredità e il mio calice: Tu sei Colui che mi restituisce il possesso dell’eredità che avevo colpevolmente perduto». E se siamo figli, allora siamo anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo, se davvero soffriamo con Lui per essere anche glorificati con Lui (Rm 8,17).

Essere eredi di Dio e coeredi di Cristo richiede dunque la nostra assimilazione al Sacerdozio Regale di Nostro Signore: un Sacerdozio che consiste nell’offrire la Vittima Divina nel Sacrificio incruento della Messa; ma anche nell’offrire noi stessi, misticamente, come vittime unite all’Agnello Immacolato; e nell’essere, come Cristo pietra angolare, l’altare mistico sul quale si celebra il rito.

Solo così, carissimi fratelli, potremo essere degni di udire il Maestro ripetere le parole consolanti che rivolse agli Apostoli nel Cenacolo:

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici se fate ciò che vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa ciò che fa il suo padrone; vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga, affinché tutto ciò che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda» (Gv 15,12-16).

Imploriamo la Santissima Vergine, la Regina Crucis, Madre del Sommo Sacerdote, Madre della Divina Vittima, Tabernacolo dell’Altissimo, chiedendo che possiamo essere veramente amici di Cristo, facendo ciò che Egli ci comanda. Vegliando e pregando durante l’agonia della Sua Chiesa; rimanendogli fedeli nel momento in cui nuovi Giuda Lo consegnano al Sinedrio; non fuggendo per paura, non rinnegandolo come fece Pietro.

Amandoci gli uni gli altri come Egli ci ha amati – Congregavit nos in unum Christi amor – sapendo dare la nostra vita come Egli l’ha data per noi. Partecipando alle Sue sofferenze, per partecipare anche alla Sua gloria.

E così sia.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

17 Aprile 2025 Feria V in Cœna Domini 

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