Omelia nell’Esaltazione della Santa Croce

<p style="text-align: right;"><em>Arbor decora et fulgida,</em><em>ornata Regis purpura,</em><em>electa digno stipite</em><em>tam sancta membra tangere.</em></p>&nbsp;Quello che Cicerone definì come «il supplizio più terribile e più infamante», la pena riservata agli schiavi e che i Romani guardavano con orrore, è divenuto per i Cristiani motivo di gloria: <em>Mihi autem absit gloriari, nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi: per quem mihi mundus crucifixus est, et ego mundo</em> (Gal 6, 14) esclama San Paolo. L’Introito della Messa odierna ci ricorda che nella Croce risiede la nostra salvezza, la nostra vita, la risurrezione, e che tramite essa siamo stati salvati e liberati.<span> </span>È dall’anno 335 dell’èra di Cristo che la Chiesa celebra solennemente la festa della Santa Croce, anticamente pari per dignità alla Pasqua e all’Epifania, quando il Sacro Legno venne ritrovato dall’Imperatrice Sant’Elena, madre di Costantino. La festa della ὕψωσις, la <em>esaltazione</em> della Croce fu adottata dall’Imperatore Eraclio nel 612, ma due anni dopo i Persiani misero a ferro e fuoco Costantinopoli e il loro re Cosroe II si impadronì della Croce e dal suo legno ricavò un faldistorio, in segno di spregio. Nel 628 Eraclio, vittorioso sui Persiani, riportò la Santa Croce prima a Costantinopoli e poi a Gerusalemme.<span> </span>I testi della liturgia echeggiano ancora l’indole penitenziale e la tristezza del momento in cui l’Impero bizantino, travagliato dalla guerra contro i Persiani, si vedeva sottratta e profanata la Santa Croce, che fino ad allora veniva portata alla testa dell’esercito cristiano. Anche noi, oggi, ci troviamo travagliati da questi duplici sentimenti: da un lato, la gioia per il trionfo della Croce di Cristo; dall’altro, il dolore per lo stato in cui versano le Nazioni e la Chiesa stessa. Anche noi vediamo nuovi Cosroe profanare il simbolo della Redenzione da parte di invasori della società civile e del corpo ecclesiale. E quel che maggiormente ci addolora è assistere a questa empia profanazione nel silenzio o con la complicità della Gerarchia della Chiesa, asservita al nemico e traditrice di Cristo.L’odio di Satana contro Nostro Signore si scatena proprio contro la Santa Croce perché, come scrive Sant’Anselmo, «per Te è spogliato l’inferno; è chiuso, per tutti coloro che in Te sono stati riscattati. Per Te i demoni sono terrificati, compressi, vinti, schiacciati. Per Te il mondo è rinnovato, abbellito, in virtù della verità che splende e della giustizia che regna in Lui. Per Te la natura umana peccatrice è giustificata: era condannata ed è salvata; era schiava del peccato e dell’inferno ed è resa libera; era morta ed è risuscitata. Per Te la beata Città celeste è restaurata e perfezionata. Per Te Dio, Figlio di Dio, volle per noi obbedire al Padre fino alla morte (Fil 2, 8-9). Per questo Egli, elevato da terra, ebbe un nome che è al di sopra di ogni nome. Per Te Egli ha preparato il suo trono (Sal 9, 8) e ristabilito il Suo Regno».<span> </span>Ma questo odio infernale nulla può contro la Croce di Cristo: le tribolazioni presenti – cui tutti siamo sottoposti per meritare il Cielo seguendo il divino Maestro sulla via del Calvario – finiranno come ebbero fine le violenze e le profanazioni di Cosroe e di tutti i tiranni scagliati dall’Inferno contro la Chiesa e la società cristiana.<span> </span>Sul basamento dell’Obelisco Vaticano, in cima al quale sono poste le Reliquie della Vera Croce, è scritto: <em><strong>Ecce Crux Domini: fugite partes adversæ. Vicit Leo de tribu Juda.</strong></em> E ancora: <em><strong>Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat, Christus ab omni malo plebem suam defendat.</strong> </em>Vittoria e sconfitta, trionfo e patibolo, vita e morte: sono le apparenti contraddizioni che accompagnano la nostra vita terrena.<span> </span>Vittorie alterne: della nostra anima sulle tentazioni; della civiltà cristiana sul mondo empio e pagano; della Santa Chiesa Militante sui suoi nemici interni ed esterni. Trionfi silenziosi della Grazia, che si riversa sulle anime sgorgando dal Costato aperto del Salvatore crocifisso. E il Signore della Vita che, patendo gli indicibili tormenti della Passione, inchioda a questo Legno benedetto l’antico Serpente, sicché l’albero che segnò la nostra dannazione con la disobbedienza di Adamo all’alba della storia dell’umanità è soppiantato dall’albero salvifico della Croce e dall’obbedienza del nuovo Adamo e dalla mediazione della nuova Eva, Maria Santissima.Giovanni Crisostomo ha scritto: «I Re togliendosi il diadema prendono la Croce, il simbolo della morte del loro Salvatore; sulla porpora, la Croce; nelle loro preghiere, la Croce; sul sacro altare, la Croce; in tutto l’universo, la Croce. La Croce risplende più chiara del sole». Prostriamoci dunque a questo Legno e ripetiamo con le parole dell’inno: <em>O Crux ave, Spes unica!</em> Sarà questa Croce santissima che baceremo nell’agone della morte; sarà questa Croce che vedremo apparire gloriosa alla fine dei tempi, quando tutte le cose saranno ricapitolate in Cristo. E così sia.+ Carlo Maria Viganò, <em>Arcivescovo<span> </span></em>

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